MASSIMILIANO





Laura Campanella



Sguardi di diversa età e diversa indole, in te. Da giovane eri una personalità più semplice, era breve il tempo che separava la tua volontà dall’azione. Avevi una mente limpida, vigorosa, uno specchio d’acqua levigato e assolato. Intonavi ritornelli vivaci con l’armonica. Gli occhi esprimevano resistenza; e i gesti con cui ti gettavi nel momento corrente, erano salde radici che affermavano la tua comprensione delle cose. C’è stato un incontro, su un treno, con qualcuno di molto diverso, vive spaventato nel proprio corpo, è sopraffatto dalla paura. Qualcuno avviato, come una stella che implode, a una sublime consumazione, e che ti ha risucchiato. Sul sedile di fronte al tuo hai incontrato la follia, chiaroveggenza e intelligenza del martire; quest’estraneo aveva una coscienza marziana, si ribellava minaccioso e si ritraeva rendendosi distante. Nei fatti, un paziente di una clinica per instabili che veniva accompagnato da competenti alla prossima meta del suo sfortunato destino. Dopo, hai iniziato a stonare le melodie soffiate nell’armonica, finché un giorno non hai smesso, con stupore della tua famiglia. Da allora altre stonature hanno perseguitato la tua quotidianità. Stonature: ti stavi spostando per i corridoi di casa tua, sul tappeto che attutiva i tuoi passi e li rendeva immateriali, ti sei ritrovato fra i piedi una gamba di plastica, liscia, impolverata, deturpata. Mia nipote! hai pensato, vedevi i suoi occhi eccitati dalla distruzione. Continuavi il lavoro, e soprattutto continuavi i viaggi di lavoro, sedevi in treno e questa era per te una pausa dalle cose e dalla necessità di reagire ad esse.

Adesso sei in un posto che non è casa tua, qualcuno si prende ogni tanto cura di te, allinea con un sorriso dentifricio e spazzolino su un comodino. Non devi più lavorare, affermare il tuo governo sulle cose, ti aggiri, grato di essere stato tolto da ogni contesto.

Osservi e ascolti con curiosità famelica i tuoi compagni, ogni parola che esce dalla loro bocca potrebbe essere quella che aspetti. Chi si prende cura di te adesso, racconta a quelli di cui ti prendesti cura tu un tempo, che alterni uno stato di vigilanza e curiosità a uno stato di dubbio e inquietudine.

Sei un vecchio, che ha perso la soluzione.



sig. oswald





di Camilla Alberti



Si potrebbe riassumere la vita del Sig.Oswald in una sola parola: banalità. La sua esistenza era tanto comune da apparire insipida e priva di alcun senso. Aveva occhi comuni, sopracciglia comuni, naso comune, una bocca sottile altrettanto comune dalla quale uscivano rade parole, comuni anch’esse, mere banalità proferite così, per sentito dire. Persino il suo bell’aspetto, il suo profumo dolce, la sua sapienza, le sue movenze nobili erano meri dettagli confusi in una bolgia di banalità passate, presenti e future. Forse, l’unico particolare, degno di nota nella sua esistenza fu il trasferimento che compì dalle campagne più sperdute dell’Inghilterra ad un paesino, ovviamente sperduto, nel nord Italia, e sapete perché compì questa “follia”? Per amore. Nell’estate dei suoi 29 anni conobbe una giovane fanciulla dai capelli castani e gli occhi tondi come quelli di un cerbiatto. La vide per la prima volta mentre sceglieva un ceppo di lattuga da mettere nel carrello e non poté che contemplarla per lunghi minuti, fino a quando lei non si voltò a guardarlo. Fu un momento di insana dinamicità che sancì l’inizio del suo matrimonio, del suo trasferimento in Italia e una lunga serie di viaggi, spostamenti, incontri tutti resi banali dallo sguardo del Sig. Oswald che seguiva la giovane moglie per quieto vivere, poiché un divorzio gli avrebbe procurato troppo fastidio.

Una volta sopraggiunta la vecchiaia, il suo spirito ordinario ebbe la scusa per rintanarsi nella banalità non soltanto spiritualmente, ma fisicamente. Abbandonò la moglie ai suoi viaggi lasciandola sorridere nelle braccia degli altri incontrandola poi, soltanto per brevi periodi durante l’anno, periodi di grande fastidio e seccature nei quali il salone di casa del Sig. Oswald veniva colmato dalla famiglia: moglie, due figli, un maschio e una femmina e i tre nipoti di cui non ricordava i nomi. Ebbene sì, nemmeno la nascita dei figli o dei nipoti aveva smosso il vecchio di casa il quale muoveva brevi cenni del capo per tutto il periodo di quella turbante compagnia. Non fraintendete, egli non odiava nessuno. Persino l’odio sarebbe stato un sentimento troppo violento per quell’esistenza banalmente annoiata, ma di tanto in tanto provava del sollievo quando la casa si svuotava lasciando lui e quei muri spogli e silenziosi. Egli era uno di quegli uomini che ti osservava da lontano rubandoti le espressioni per collezionare felicità altrui nella sua mente.La casa era un altro di quei radi dettagli degni d’esser notati. Tanta era la sua banalità da farla divenire originale. Essa era la prima frontiera di un lembo di terra che colava a picco nel fiume. Attorno, un tempo c’erano solo alberi e casupole abbandonate, ma poi la sovrappopolazione portò abitanti anche lì attorno. Si ergeva su una pianta quadrata issandosi per due piani. I muri esterni non erano nemmeno dipinti, lasciati lì del colore del cemento di cui erano fatti. Il portico che dava sul giardino era in legno abbandonato al muschio e corroso dal vento. Il giardino poi… non so se avesse mai conosciuto cosa fosse l’erba. Un’arida distesa di ciuffi ribelli e pungenti, di quelli che quando cammini a piedi nudi, ti porta a inveire per ore.

La casa era come il Sig. Oswald: antica, sterile d’animo, asettica, insensibile, fredda, dura, ruvida, massiccia e ora come il Sig. Oswald non c’è più.



ELIZABETA CAIAZZI





di Francesca Bortolotti



La prima volta che la vidi in albergo, la sua schiena leggermente curva non mi aveva trasmesso nulla. Un donna alta, la corporatura media nascosta nella divisa bianca, una chioma riccia raccolta in un fermaglio di legno. Pensai che la sua silhouette fosse piuttosto anonima, e me ne dimenticai subito.

Ma quando ci ritrovammo a lavorare faccia a faccia nel medesimo corridoio, capii che non avrei potuto più scordare i lineamenti di Eliza.

Elizabeta era una signora sulla cinquantina, originaria della Sardegna, con una carnagione leggermente scura che sottolineava l’aver vissuto vicino al mare. Anche da davanti, la sua corporatura mi era indifferente, ma i movimenti lenti con cui lavorava mi portarono a osservare le sue mani, arrossate dai lavaggi della biancheria dell’albergo, le dita sommariamente tozze, i calli ai polpastrelli. Mani che non avevano fatto altro che lavorare da un po' di tempo a questa parte. Immaginai da questi particolari che fosse una donna forte, ma il tremolio costante che percepii nei suoi arti mi condusse a una seconda osservazione più profonda. Ammetto che ancora oggi tento di capire quale storia celi il volto sofferente di Eliza. Da giovane doveva essere stata una bella ragazza, con le labbra rosa e sottili e il naso a punta. Ma qualcosa di turbolento le aveva scosso la vita, e il suo peso ora traspariva nelle rughe agli angoli degli occhi e della bocca. Gli zigomi non erano particolarmente pronunciati e su quello destro vi era una piccola cicatrice di vecchia data: non le chiesi mai come se l’era procurata. La rete di rughe si estendeva anche sulla fronte alta, che rimaneva distesa in una calma fin troppo pacata. Intorno ad essa, ciocche di ricci neri andavano a incorniciare il volto scuro intrecciandosi ai fili bianchi della vecchiaia incombente.

In realtà, a essere sincera, nonostante Eliza avesse cinquantacinque anni, ne dimostrava almeno una ventina in più. Anche i suoi occhi sembravano dirlo. Infossati, torbidi, sottolineati da occhiaie bluastre, costantemente immersi in un alone di inquietudine. Occhi di chi non ha avuto una vita tutta rose e fiori.

Mi spaventò annotare che fossero quasi privi di vita, di desiderio di migliorare.

Eppure, nonostante quest’atmosfera di dolore, i suoi occhi erano ipnotici. L’iride di un celeste chiaro, quasi ghiaccio, ti costringeva a osservarli, a voler scoprire cosa avevano visto: erano come un piccolo faro abbandonato nella nebbia, dalla luce in procinto di spegnersi.


Se qualcuno mi chiedesse cosa ci fosse di interessante nella figura ricurva di Elizabeta Caiazzi, non esiterei a confermare gli occhi e le orecchie. Quest’ultime per un fatto particolare, quando una sera stavamo camminando sul lungomare dopo il lavoro. Senza dire nulla, Eliza si era fermata, gli occhi chiusi mentre la brezza marina le accarezzava il corpo. Le chiesi a cosa stesse pensando e lei mi diede una risposta semplice con la sua voce roca. “Le onde”, e con la mano callosa teneva scostata una ciocca, mostrando l’orecchio piccolo, chiaro e morbido come quello di un bambino. In contraddizione al dolore che mi trasmettevano i suoi occhi, le sue orecchie conservavano un qualcosa di puro, un frammento di innocenza che doveva essere protetto con un qualche mezzo, e quel mezzo, compresi, era il mare.



victor





di Silvia Bortoloni



Sono alto. Non molto alto direi, nella media. Ormai di corporatura piuttosto magra visti i trascorsi. Il mio viso squadrato, inusuale e il cranio che ricorda i crateri lunari, divertivano la gente che mi guardava per la prima volta. A cinquant’anni suonati avevo sviluppato l’incapacità di sorridere alla vita; questo perché essa mi aveva tolto tutto. Stanco e ricurvo, portavo sulle spalle un peso, quello dei fantasmi che mi hanno perseguitato per molto tempo. Il mio viso aveva acquisito le parvenze di un malavitoso, ma non ero una cattiva persona. Avevo solo perso tutto.

Da giovane sono stato un discreto pasticcere. Non sono mai stato interessato a particolari riconoscimenti, volevo solo dar gioia attraverso i miei dolci. Non sono mai stato nemmeno attaccato a i soldi, infatti ogni giorno donavo parte dei dolci che realizzavo a chi non se li poteva permettere.

Quello che vi sto per raccontare ha inizio con la fine di una vita, quella di mia moglie. Prima di morire aveva voltuto alleggerirsi l’anima, senza pensare a quanto avrebbe appesantito la mia. Aveva un amante ma a quanto pare non era mai successo nulla. Tutto questo lo appresi solo attraverso un tristissimo bigliettino, lasciatomi da lei, prima di lasciarmi, per sempre, nello sconforto più totale.

Dopo l’accaduto, io e mio figlio Armando, decidemmo di dividere i soldi della pensione di sua nonna, nonché mia madre, perché era tutto ciò che ci era rimasto. Gran parte dei soldi che avevo messo da parte servirono per pagare il funerale. Il resto mi fu rubato dal negozio. Una vecchina che abitava di fronte ad esso, al terzo piano, soffriva di insonnia, così alle 2 del mattino si era affacciata alla finestra e aveva visto due figure, quella di un uomo e quella di una donna, uscire col bottino della pasticceria. La polizia non arrivò in tempo per acciuffarli. Prima di partire andai a salutare mia madre. Fu difficile lasciarla, dopo tutto quello che aveva fatto per me. Sentivo dentro di me che quello sarebbe stato un addio. Mio figlio partì senza di me con la sua presunta fidanzata, per cercare il loro posto nel mondo. Diedi un ultimo sguardo alla mia casa, vuota e triste. Mi sembrava ancora di sentir riecheggiare le risate di mia moglie e mio figlio che giocavano assieme. Della gioia di Armando quando gli portavo un dolce particolare. Con me avevo poche cose, forse all’apparenza inutili, ma era tutto ciò che mi restava del passato, come una catena che mi avrebbe per sempre legato ad esso. Parte dei soldi li usai per comprare un biglietto del treno. Ad ogni stazione il treno faceva una pausa di diversi minuti, perché il caldo torrido surriscaldava il motore. Così io scendevo e suonavo la mia armonica per le persone, racimolando qualche soldo per poter mangiare. Sapevo suonarla molto bene perché mio padre me la regalò per il mio decimo compleanno e imparai a suonarla in pochissimo tempo. Ero riuscito anche a comprarmi una bottiglia di liquore, così scadente da far schifo. Quanto meno mi riscaldava l’anima nelle sere solitarie.

I viaggi in treno e le fermate durante le quali suonavo diventarono un’abitudine. Il tempo trascorso in treno però era sempre più ridotto in quanto non mi potevo più permettere di pagare il biglietto. Ormai ero al verde e decidi di provare a vendere ad un negozio di antiquariato, quelle cianfrusaglie che ancora portavo con me e che ogni giorno mi ricordavano chi ero stato. Non mi aspettavo di racimolare molto, ma quanto meno forse avrei vissuto un altro mese. In questo modo scoprii che i tappi per le orecchie che avevo regalato a mia moglie molti anni addietro, valevano una fortuna.

Finalmente la vita tornava a sorridermi dopo tanto tempo. Riuscii così a comprarmi un modesto appartamento in un paesino vicino a Barcellona, riuscendo pian piano a riprendere in mano il mio destino.




MARTA E MARCO





di Francesca Monzo



Erano nati in due famiglie benestanti ma diverse tra di loro, Marta nata e cresciuta a Londra, così come i suoi genitori, non aveva mai lasciato i confini della città se non per trascorrere le vacanze nelle campagne limitrofe. Il luogo in cui un’estate conobbe Marco, un ragazzo di origini italiane che si era trasferito da bambino in Inghilterra con la sua famiglia in cerca di fortuna, e l’aveva trovata, coltivando le terre fertili della campagna londinese. Entrambe le famiglie non erano preoccupate dell’amicizia intrapresa fra i due, consapevoli del fatto che entrambi fossero consci dei rispettivi doveri e impegni presi nei preparativi dei loro matrimoni.

Si matrimoni, poiché entrambi i ragazzi erano già promessi ad un altro uomo e un’altra donna.

Col tempo la loro amicizia divenne qualcosa di più fino ad un limite che non rientrava più nelle regole. Il loro amore li spinse a fuggire, fu l’unica soluzione.

Decisero di intraprendere un viaggio in un luogo impensabile e lontano come il Messico, in cui sicuramente le loro famiglie non li avrebbero trovati, dove avrebbero potuto rifarsi una vita.

Ciò che li attese in realtà non fu altro che una successione di sfortunati eventi che li portò a cambiare nel profondo le loro abitudini, fin’ora agiate, ed a cercare di sopravvivere alla giornata con quello che potevano arrivando persino a rubare. Iniziarono con la pensione della nonna di Marta (pensarono non ne avesse più bisogno), segno iniziale del cambiamento del loro carattere in principio abbastanza altruista e magnanimo che muta in atteggiamenti egoistici, quasi meschini.

Si resero conto che per “sopravvivere” a quella situazione non potevano permettersi di pensare ad altri se non a loro stessi, mettendosi anche in pericolo. Come quella volta in treno verso il Messico in cui vennero a conoscenza della presenza di Victor, solo Victor, non c’erano cognomi nel modno del contrabbando messicano, e lui ne faceva parte, anzi di più, era un “pezzo-grosso” ed era famoso per portare sempre con sè tappi per le orecchie di un prestigioso materiale trasparente e cristallino. Pensarono di escogitare un piano per rubarglieli e rivenderli a qualche mercato nero una volta terminato il viaggio. Ma i loro piani non andarono proprio come se li erano immaginati. Speravano che con l’aiuto di alcune amicizie, intraprese nel viaggio su quel treno, sarebbero riusciti nel loro intento. Si affidarono a delle persone alquanto improbabili come un mastro giocattolaio (partito per cercare di recuperare materiale a basso costo per il suo prototipo di donna bambola in corso) e dei circensi dilettanti, due fratelli che lavoravano al momento nei retroscena dei palchi, stavano viaggiando proprio per montare un loro spettacolo in città. Le abilità di questi potevano rivelarsi utili per distrarre Victor e derubarlo. Con il ricavato potevano accontentare tutti spartendosi i soldi.

Tutto poteva finire come speravano, se il giocattolaio, che si era dimostrato così intraprendente, non si fosse fatto prendere dal panico al momento propizio. Povero uomo, voleva per una volta vivere una qualche avventura reale, cercando di evadere dalla gabbia di plastica che si era creato da solo tra il suo studio e i suoi giocattoli. Non riuscì a mantenere i nervi saldi. Nemmeno i fratelli circensi con la loro complicità e apparente disinvoltura riuscirono a ingannare il contrabbandiere.

Victor era un uomo intuitivo grazie al suo “lavoro”, di notte un delinquente e di giorno riciclava denaro sotto copertura in una pasticceria di sua proprietà. Era conosciuto come un uomo temibile per le azioni compiute in gioventù ma la realtà era un’altra. Ultimamente non era più l’uomo di un tempo, era cambiato. Un brutto periodo lo colpì dopo la morte della moglie (in circostanze non chiare) e il successivo abbandono del figlio.

Non aveva più nessuno. Stanco della vita e delle sue complicazioni, una volta scoperto il piano dei due amanti e le loro motivazioni, ne fu colpito poichè anche il figlio, come loro, si era allontanato per amore. Poteva comprenderli in qualche modo. Fu così che alla fine del lungo viaggio il rapporto tra i due giovani e Victor mutò completamente, invece che derubarlo e approfittarsi di lui strinsero un bel rapporto di amicizia, offrendogli anche lavoro nella sua pasticceria.

Il giocattolaio sconvolto dopo l’accaduto scese alla fermata successiva decidendo di tornare a casa, e dei circensi si persero le tracce una volta scesi dal treno. La situazione dei due amanti sembrava finalmente avesse dei risvolti positivi. Sembrava. Invece andò peggiorando.

Marta dopo qualche settimana si rese conto di essere incinta e purtroppo il padre non era Marco. Questo evento fece scattare una scintilla dentro la sua anima, in cui l’egoismo provato all’inizio di questo viaggio si era affievolito, cominciava a pensare se quella intrapresa fu la scelta giusta. Con questi pensieri nella testa dopo un mese esatto lasciò il Messico, col suo bambino in grembo, verso casa. Doveva pensare a suo figlio, che vita avrebbe avuto? Lasciò un biglietto a Marco che recitava “ in un caffè amichevole abbiamo deciso di non commettere questo adulterio”. Usò il plurale credendo che Marco fosse d’accordo, ed in effetti lui non la scoraggiò dal partire, alla fine. Voleva solo la sua felicità e per farlo avrebbe rinunciato alla propria. L’egoismo che scatenò il tutto perse sulla coscienza dopotutto.



carmen





di Ilaria Bonvicini



Carmen è una donna di 45 anni, solo recentemente si è accorta di quanto abbia trascurato sistematicamente i ricordi della sua infanzia, come se non le fosse mai appartenuta. Eppure quella scatola era sempre stata lì, la cosa più normale e dimenticata del mondo.


Trova un intimo piacere nel toccare oggetti dalla forma semplice, dalla superficie untuosa e quasi appiccicaticcia. Ama quando si accumula polvere sugli oggetti, quando diventa parte della loro superficie sporcandole le mani. L'odore acido che trapela da questi ricordi quasi la disgusta, ma inevitabilmente ne è attratta: allora si tappa il naso con il pollice e l'anulare. L'indice e il medio sono sempre sporchi, il suo segreto amore per la materialità delle cose le sta sfuggendo di mano, continua per ore e ore a strofinare le due dita su ringhiere,carta, pelle, qualsiasi oggetto le capiti.

Percepisce soltanto la presenza lontana di tutto ciò che tocca,vi strofina convulsamente ogni centimetro della sua mano come se volesse entrarci dentro , per non sentirsi più come qualcosa di estraneo al mondo. Quando la sera torna a casa, si toglie le scarpe con un calcio, e inizia a correre a piedi nudi fino alla cucina. Ovviamente non usa calzini. La sua casa è sporca: il pavimento, i banconi della cucina e persino le pareti sono annerite. Il parquet macchiato è diventato viscoso a causa della sporcizia, non che lei se ne curi particolarmente, le piace la sensazione di distacco forzato dalla superficie. Con i piedi neri, seduta sul divano, si porta in grembo la scatola con gli oggetti di suo nonno.


Lei e suo fratello avevano conservato, talvolta inconsapevolmente, attrezzi, utensili e giocattoli che avevano portato a casa del nonno. Alcuni erano sparsi in diverse stanze e mai erano stati spostati: nulla cambiava di posizione in casa sua, solo perché così doveva essere. Lei e suo fratello erano entrati a far parte di quella fissità domestica, abbandonando piccole cose in quell'insieme di oggetti mai mutato. E da quel momento, in quella posizione sarebbero rimasti per sempre.Quando hanno svuotato la casa, la gamba della sua Barbie sporgeva da un cassetto pieno di calze e maglioni infeltriti. Non aveva avuto il coraggio di toccarla, era rimasta a fissarla, come se il suo sguardo fosse rimasto appiccicato a quella superficie gommosa e impeluccata. Non ricordava nulla, non riusciva a far riaffiorare dalla sua mente come e in che circostanze quella gamba fosse finita in quel cassetto. Aveva sempre avuto una pessima memoria.



hugo





di Sabrina Trevisan



Alto e di media corporatura, Hugo era sempre stato considerato fin troppo tranquillo per la vitalità di Porto: da anni ormai, scandita dalle ore passate dietro al bancone, la sua routine si ripeteva costante lasciandolo immune ai cambiamenti. Le scarpe di cuoio e il camice bianco lo rendevano la perfetta incarnazione del farmacista di quartiere. Sempre cordiale coi clienti, sempre. La vecchietta che andava a prendere i suoi farmaci per la pressione ogni mercoledì, ormai, lo considerava il figlio che non aveva mai avuto: lui la ascoltava, le chiedeva della sua povera schiena e puntualmente la accompagnava alla porta per aiutarla a scendere quei due gradini tanto alti.

Un uomo tranquillo Hugo, nella norma.


Il rituale del sabato, però, era il suo piccolo e segreto diletto: ogni sabato mattina prendeva l’autobus, si recava al mercati no dell’usato e restava ore a curiosare tra gli oggetti. Poi si dirigeva in una piccola trattoria per il pranzo -nonostante tutto, non aveva mai imparato a cucinare-, riprendeva l’autobus e tornava a casa.

Gli oggetti del mercatino avevano sempre esercitato un fascino particolare su di lui: non era importante cosa fossero, se fossero rotti o malandati, ma erano un buon mezzo per sbirciare nella vita delle persone. Non che cose e persone fossero necessariamente connesse, no, ma era no un’ottima scusa per lasciargli fare ciò che lui più amava: cogliere i momenti della vita degli altri. Hugo era un artista in qualche modo, un artista ideale: amava catturare le relazioni delle altre persone, leggere per caso un messaggio da sopra la spalla del vicino in autobus, un appunto su un’agenda lasciata aperta qualche secondo di troppo, un biglietto perso, una chiacchiera casuale; un mosaico di momenti, attimi, particolari, tessere che insieme delineavano il mondo che si stendeva di fronte a lui. Come uno spettatore della vita in cui egli stesso e inserito, Hugo raccoglieva e osservava in silenzio, con un interesse quasi scientifico, il caos che stava oltre il suo bancone; lo ricalcava così com’era: insensato e multiforme, perché questo era il suo fascino. La nostalgia dei luoghi di campagna dell’infanzia non lo aveva mai abbandonato, ma quella città forte e dissonante gli era necessaria: i contrasti e le passioni delle persone lo

stupivano ogni volta, provava meraviglia per tutti quei legami che, per chi sapeva vedere, potevano trasformare la città in una grande ragnatela. Hugo apprezzava la confusione e la spontaneità, nonostante non sempre esse potessero far parte di lui e del suo modo di v1vere. La sua routine continuava sempre identica a se stessa, ma ogni giorno qualche tessera del suo mosaico lo attendeva nei posti più impensati, colorando la sua quotidianità in modo sempre diverso e inaspettato.




Sole





di Beatrice Macor



Sole vive a Roma dove è nato e cresciuto. Non è certo della sua data di nascita sebbene all’orfanotrofio sia stato registrato il 12 luglio del 1952. Ha 35 anni. E’ un omino minuto con grandi piedi e mani. E’ un’ironia che gli sia stato affidato il nome di Salomone.

Quando Gianna e Saverio andarono a prenderlo all’orfanotrofio avevano rispettivamente 50 e 53 anni. Erano ben consapevoli di cosa avrebbe significato avere un figlio a quell’età, ma un po’ per egoismo, per ignoranza e soprattutto per disperazione decisero di adottare. Forse fu per questo che scelsero un nome tanto importante. Il nomignolo Sole gli venne affibbiato per la prima volta a 7 anni dalla vicina di appartamento. Una vecchietta tanto carina che aveva notato il suo sorriso. Ha un amico, Geremia. Frequentavano le scuole elementari e medie assieme. Geremia è conosciuto in tutto il quartiere per la sua parlantina e la sua schiettezza, a causa delle quali viene spesso evitato. A Sole piace: in fondo, più lui parla, più Sole ha un buon motivo per restare in silenzio.Dopo l’incendio che distrusse la sua abitazione e lo lasciò orfano, ancora una volta, all’età di 25 anni, Sole fu costretto a trovare in fretta casa e lavoro. Fu Geremia a rimediargli un posto da custode.Il condominio di via delle Primule potrebbe essere facilmente scambiato per un centro anziani. La media dell’età dei condomini si aggira intorno ai 70. Sole è molto amato da tutti loro. Il suo modo di fare schivo e buffo infonde simpatia agli inquilini che lo trattano come un figlio. E’ una persona molto meticolosa e ordinata. Cammina veloce per la strada guardandosi la punta dei piedi. Nulla cattura la sua attenzione. I suoi grandi occhi non si muovono e guardano sempre nell’unica direzione necessaria: avanti.

Il suo piccolo appartamento al pian terreno non gli dà molto da fare ma lui lo cura e lo pulisce tre volte alla settimana. Non si concede molti piaceri tranne uno: ogni sabato va al cinema, da solo.

Sceglie il film meno gettonato e si compra un pacchetto di caramelle all’arancia che sgranocchia durante la proiezione. Non si porta mai a casa ciò che avanza. Una volta finito il film, butta via il

pacchetto e le caramelle rimaste nel cestino appena fuori dalla sala.

La prima volte che Sole vide un cadavere fu a 26 anni, dopo solo un anno di impiego. L’inquilino del 4 piano non si faceva vedere da giorni. Fu in quel momento che vide sul comodino, proprio accanto al corpo morto che giaceva sul letto, una scatola arancione di pasta dentifricia Couto. Cosa ci faceva una pasta dentifricia spagnola sul comodino di un ottantatreenne solo? Quanti anni fa poteva averla comprata? E perché conservava la scatola vuota?


Il passato era un concetto sul quale Sole non si era mai soffermato.

I legami, i ricordi, i souvenir: lui non ne aveva.

Tutto d’un tratto quella stanza. Quella polvere. Quindi era quello che significava avere un passato? Prese la scatola. D’ora in poi sarebbe appartenuta a lui, e a lui sarebbe appartenuto ciò che essa aveva significato per il vecchio. Scese di sotto e chiamò l’ambulanza.