perla





di Francesca dell'olio



Ciao, sono Perla. Attualmente penso di avere ventiquattro anni o forse venticinque. Ho smesso di festeggiare la mia età che avanza circa quattro anni fa, dopo l’ennesimo litigio furibondo con mia madre. Vivo con i nonni da quando ero una sedicenne emo con la passione per Diddle e i messaggini pieni di “k”. Mamma mi ha sempre dipinta come una ragazza egoista e insensibile, solo perché non ho mai accettato il suo secondo marito. Si, lo ammetto, sono cresciuta a suon di dispetti e derisioni nei confronti dello stupido Jared ma penso sia solo colpa sua. Si è insinuato in modo viscido tra me e mamma quando avevo sette anni e da allora ha sempre cercato di comportarsi come se fosse mio padre. Dannato francese ficcanaso. Il giorno in cui è entrato a far parte della mia vita è tatuato nella mente. Sanguina ancora, nero e dolorante. Un tradimento, le sue parole mi hanno sgretolata dentro, la piccola bambina che aveva da poco ricostruito il suo equilibrio era di nuovo sola e questa volta senza nessun riferimento. Anche sua madre le aveva voltato le spalle. eravamo a Disneyland, su Dumbo. Stava per partire il turno e mia madre decise di aspettarmi a terra. Vicino a me si piazzò questo ragazzo albino, le sue sopracciglia bianche mi fecero da subito impressione. Mi aiutò ad allacciare le cinture di sicurezza, tremava. Poi mi accarezzò i capelli, all’epoca ancora neri. Raggelai. Poi arrivò la prima coltellata. “Ciao Perla, io sono Jared, il tuo nuovo papà”. Pensavo di non aver capito bene, il suo italiano era pessimo. Durante tutto il turno restai in silenzio, con le mani in tasca, agguantando la saponetta rubata dalla camera di albergo., pronta ad usarla come arma verso quell’estraneo delirante. Seconda coltellata. A giro finito mamma mi accolse a braccia aperte e io mi rifugiai da lei. Il colpo arrivò alle spalle, Jared le raccolse il volto tra le mani e la baciò. Il mio pianto durò una settimana, il ritorno in Italia anticipato di tre giorni. Quel ventitre luglio la piccola Perla di sette anni diventò Perla l’adulta, sadica, cattiva, vendicativa che mamma e Jared hanno imparato bene a conoscere. Si, lo ammetto, sono aggressiva e manipolatrice ma è stato grazie a quest’aspetto del mio carattere che sono riuscita a crearmi un folto gruppo di amiche. Sono per lo più donne, compagne di bevute e di pomeriggi trascorsi a risolvere rebus. Alle volte penso che loro abbiano paura di me; non mi contraddicono mai, si prostrano come zerbini al mio passaggio. Insomma, in questo clima monarchico io sono la regina. Ho dei problemi con i ragazzi sia perché sono brutta, strana e rachitica, sia per il mio carattere che riflette esattamente l’opposto del fisico. Sono un centrifugato di contrasti e complessità: dentro insicura e colpevole, fuori espansiva e strafottente. Chi mi conosce al meglio è mio padre, la sua tomba è la mia vera casa. Ogni giorno, all’imbrunire corro da lui, mi sdraio accanto alla sua lapide, mi accendo una canna e parlo, parlo e piango. E’ strano quando sono lì all’inizio prendere coscienza di me stessa e dei miei errori, le labbra mi si riempiono di scuse e con le lacrime scivola via la rabbia. E’ il suo calore, la sua ramanzina silenziosa. Tra un mese esatto ho fissato la data della partenza. Vado in Australia, fuggo. Lavorerò in una fattoria in cambio di vitto e alloggio. Non ho mai visto questa terra, si ho viaggiato molto da piccola con mia madre, ma mai lì. Ricordo che lei, quando aveva qualcosa di scomodo da raccontarmi, raccoglieva valigie e mappamondo e mi caricava sul primo aereo: a Berlino mi ha confessato la morte di papà, a Parigi il fidanzamento con Jared, in Inghilterra ha annunciato il suo matrimonio. Devo ringraziarla per questi viaggi, un pò meno per la codardia con cui affrontava le situazioni. Oggi mi ritrovo a riempire questa scatola, sono ancora una volta da sola. Ci metto dentro tutte le cose che mi appartengono, belle e brutte: dalla trombetta con cui Jared mi ha buttata giù dal letto il mio diciottesimo compleanno, ai dadi porta fortuna di mio papà, al bambolotto negro e cieco con cui ero convinta di essere fidanzata da bambina, a quella maledetta saponetta; i trofei inerenti agli svariati dispetti fatti a quel povero albino, i bigliettini pieni di cazzate scritti dalle mie amiche per me. Brucerò tutto, e ricomincerò. Mi piacerebbe essere dolce. E’ il mio stupido sogno. Non voglio più far finta. L’addio più grande da affrontare sarà quello con mio padre, un addio nuovo che farà ancora più male di prima.



anna





di Ottavia Saccardo



Le cose solo l’unico legame che Anna ha ancora con la sua vera realtà. Sono l’unità di misura che le tiene i piedi a terra, ancorati alle bolle di sapone al gusto di caramelle Sugus fragola ed ananas soffiate al parco quando saltare la scuola era ancora qualcosa di proibito.

Anna ancora non lo sa, ma ha raccolto oggetti-ancora, tracce di persone durante tutta la sua vita, lei non sa nemmeno cosa significhino ed, in effetti, non significano proprio nulla.

Ora cammina curva, sospettosa, un po’ come una lupa, un po’ come un cerbiatto abbagliato, si vede dall’alto e non si riconosce, sente che il battito accelera ed accoglie quella sensazione di stordimento extracorporeo a lei familiare. Il profumo dei tigli è più intenso, cammina, spia lo sguardo del bambino che osserva di nascosto la madre comprare la frutta, i sampietrini che disegnano conchiglie sulla strada, la finestrella, un bicchiere da Spritz che si frantuma davanti ai suoi piedi, il ronzio dello sciame di persone attorno a lei. Sono sagome colorate senza volto. Sente il tiglio, l’ananas, la fragola, respira profondamente, sorride e decide di cambiare strada per tornare a casa.

Sono a casa, calma, piedi per terra, le chiavi nello zaino, in tasca, nell’altra, di nuovo nello zaino. Le ho sicuramente perse, cammino sempre così distratta, devo ritornare sui miei passi. Merda. Dove si trova quel tiglio? non ne sento più il profumo, forse dovrei vedere se producono ancora quelle caramelle gelatinose.

Tra le righe dei sampietrini ci sono solo le erbacce, qualche mozzicone, ma non le mie chiavi. Magari la cameriera le ha spazzate via insieme ai cocci ed allo Spritz Campari, possibile, ma improbabile. Potrei chiederle, ma no, dai, l’ultima volta che le ho viste era a casa, ma sono sicura di aver sfiorato le sagome fredde ed appuntite dell’acciaio nella tasca destra, sinistra. Le vedo luccicare dal fondo del tombino, in mezzo alle foglioline appiccicose che si attaccano alle magliette, rigate dalla luce a cubetti che filtra dalla grata. Sono due euro. Dovrò rifarle per l’ennesima volta, ormai mezza Bolzano ha le mie chiavi. Per fortuna è circa mezzogiorno, la gente a quest’ora va e viene o per mangiare o perché ha già mangiato, mi basterà aspettare qui fuori fingendo di aspettare qualcuno e scivolare dentro prima che la porta si richiuda. Fra mi apre, per fortuna non è andata a lezione. Non sono sul tavolo, nella giacca invernale, nella scatola dei ricordi, no. Lì ci sono solo i primi sintomi da accumulatrice seriale, il dalmata di plastica che sotterravo sotto l’oleandro, delle cartoline. Che divertente che è stata quella gita a Berlino, le bolle, le Lupo Alberto gusto mora divorate sul treno notte.

Il piumino l’avvolge, sprofonda come in una nuvola. Dove sono? Le ho usate per entrare ed avevo le mani ingombre dalla biancheria rigida e profumata di pulito, forse le ho appoggiate dentro al grumo di panni e poi ho fatto il letto. Devono essere dentro al piumino fiorito. Sono dentro la nuvola di piume, possono solamente essere lì, immerse nel profumo dell’ammorbidente alla vaniglia che mia mamma si è sempre rifiutata di usare.



alessia





di Marinetta Gorasini



Alessia sta correndo, come al solito è in ritardo per quel treno che a minuti partirà. L’ ennesimo viaggio sta per cominciare, ma questa volta, cosa sta cercando, dov’è diretta?

Forse dobbiamo solo conoscerla per capire.

Alessia è una ragazza di 24 anni e come tutte le sue coetanee ha un passato adolescenziale ancora troppo vicino per dimenticare quella lettera, quel diario e quella dedica su un post-it color giallo. Non ha paura di affrontare lunghi viaggi, anzi, più ne fa, più si sente realizzata e i ricordi di tali esperienze li conserva gelosamente. Alessia, vive da sola da qualche anno ormai, studia all’ università in un’ altra città ma non per questo ha perso i contatti con i vecchi amici d’infanzia. Conserva gelosamente i ricordi legati a loro, le prime vacanze al mare, i primi giochi ormai consumati, le primissime lettere e il diario segreto dove raccontava le giornate che passava con loro. Il suo carattere allegro le ha permesso di trovare facilmente un lavoro part-time: la babysitter di quel bimbo tanto dolce quanto pestifero, che però lei adora. Studiare e lavorare non è semplice, ma la sua determinazione è fondamentale per raggiungere il suo obiettivo, ovvero quello di laurearsi in medicina. Una ragazza dalla doppia faccia, così sicura e intoccabile in pubblico, ma così fragile e instabile quando cala il sipario. Questa insicurezza la porta a non sfruttare pienamente il suo spirito di osservazione, considerato da molti un talento, sviluppato anche grazie ai suoi viaggi e intrappolato in lei, forse per questo inganna il tempo facendo lunghe pedalate con Anita, la sua bici… non vuole aver un attimo libero per pensare alle sue paure e ai suoi timori. Nonostante il suo bell’aspetto, non si è mai interessata alla moda; la mattina esce con Jeans e maglietta, una spazzolata ai capelli ed è pronta. La semplicità è la sua caratteristica e di certo non ama vestirsi in modo appariscente. Non sempre riesce a nascondere la sua timidezza, specie quando parla in pubblico tende ad arrossire e quando glielo fanno notare, risponde in modo sgarbato ed impulsivo, perché non ama sentirsi in imbarazzo. Viaggiare la rilassa, è una sorta di ricerca che lei fa per sentirsi meglio, vuole conoscersi e capire perché non si sente in pace con sé stessa; tutto gira attorno all’insicurezza che lei vuole superare… non dimenticherà mai quella volta che si tagliò i capelli per provare l’ebbrezza del cambiamento, se ne pentì qualche giorno dopo e nonostante i consigli degli amici, fece di testa sua.

Testarda, questo forse è il suo vero problema, vuole fare di testa sua, a volte porta a casa ottimi risultati altre, chiama in lacrime quell’amica d’infanzia che la consola e la invita a fumare una sigaretta al bar.



Martina torri





di Laura Piccinini



Giovane donna dalla pelle olivastra e dai capelli castano cenere, con grandi occhi neri e 167cm di altezza, Martina Torri, “la Marti” per gli amici, è nata e cresciuta a Torino, dove attualmente vive in un piccolo monolocale nel centro cittadino. A ventisette anni compiuti, non ha ancora imparato ad organizzare una lavatrice. Mescola ai capi bianchi quelli colorati e non controlla se nelle tasche si nasconde qualcosa. Risultato? Ex-mutande bianche di colori sbiaditi improponibili e pezzetti di scontrino appiccicati su tutte le magliette.Non sarà un mago delle pulizie, però sa correre, e corre a tal punto da arrivare in orario anche quando parte in ritardo. Come un uragano, durante le sue corse cattura tutto quello che trova e che finisce per caso tra le sue dita. La sua grande borsa a tracolla logora è un archivio di istanti di vita, di luoghi e di sporco sedimentato. Ogni cosa che si nasconde negli oggetti e nella vita di Martina, tuttavia, non viene perso. O meglio, lei accumula, sposta, colleziona, rimuove, dimentica, ma nel momento del bisogno tutto torna chiaro, e nella sua mente ogni cosa è al suo posto preciso.

Questa abilità non è solo il frutto del suo istinto da cacciatrice di tesori o della sua fortuna: Martina ha subito un duro allenamento durato tutta la vita. Sono state le valigie riempite a secondi dalla partenza, le corse per saltare sul bus, le decine di documenti persi tra le cartoline rubate in autogrill, quando i soldi e il viaggio erano ormai finiti e nessun souvenir per amici e parenti era stato comprato.

Tra i viaggi più istruttivi Martina ricorda: la prima gita (obbligata) al Parco Nazionale Gran Paradiso con lo zio Ermanno, quando a 12 anni i suoi genitori dovevano discutere gli accordi del divorzio, il suo anno all’estero in Corsica, e la fuga a Berlino a 18 anni con Michela e Lucia, per scampare all’ennesimo soggiorno con lo zio a Massa Marittima.

Per tutta la durata della sua istruzione primaria, la sua testa aveva fluttuato tra milioni di nuvole e risate, seguite da note e urla di rimprovero. Così la sua media scolastica si aggirava quatta quatta intorno al 6 tutto l’anno, fino a quando, sempre all’ultimo e con l’aiuto delle minacce genitoriali, non si imbatteva in un tema di suo gradimento, che riusciva ad appassionarla veramente. Solo allora la sua media si risollevava, e tutto tornava tranquillo sia a scuola che a casa. Come ogni falso allarme scolastico, anche la questione maturità si era risolta senza troppe tragedie: 78.

Deludendo veramente per la prima volta i suoi genitori, Martina non si era voluta iscrivere all’università. La causa? Il giovane macellaio del quartiere. Una tibia di porco era il simbolo del loro amore, datale in pegno dopo la terza fiorentina della settimana. Purtroppo, così come ogni altra sua relazione sentimentale, la passione svanì in fretta, e la storia si concluse tra urla impulsive di incomprensione qualche mese dopo. Persa oramai completamente la voglia di studiare, per qualche anno aveva provato ogni tipo di lavoro sottopagato, cosa che avrebbe demotivato chiunque, ma non lei. Le rinunce e i sacrifici per mettere da parte qualcosa erano una sfida che Martina affrontava a testa alta, senza timore di apparire diversa agli occhi delle sue amiche. Era stanca di dipendere dai suoi genitori, che dopo anni ancora si scontravano sulle questioni economiche del suo mantenimento.

Allo scoccare del suo ventitreesimo compleanno aveva finalmente trovato uno squallido monolocale dall’affitto bassissimo, proprio al quinto piano nel palazzo del suo tabaccaio preferito e a due passi dal centro storico. L’unica clausola non scritta del contratto era il mantenimento dei sette gatti che in quella topaia vivevano con la defunta ex-inquilina, una vecchietta cieca e felice di non avere l’ascensore, ma che morì proprio a seguito di una caduta dalle stesse.

Si era trasferita con sua somma gioia e grande disappunto di suo padre, che i gatti li odiava, ma riuscì a trasformare quella tana buia e puzzolente in un piccolo ed accogliente rifugio per vecchi micioni e giovani vagabondi. Sebbene oramai siano passati quattro anni e di gatti ne siano rimasti solo due, uno più incartapecorito dell’altro, Martina resta ancora fedele a quel monolocale in affitto. Appena può, parte per un viaggio, raschiando il fondo del suo magro conto in banca e lasciando i gatti nelle mani di sua madre, che puntualmente li scarica al suo ex-marito rassegnato. Vive spensierata, nutrita dall’affetto delle sue amiche e da quello dei suoi colleghi baristi, divertendosi e collezionando ancora tutti i biglietti da visita e i numeri di telefono sugli annunci per strada. La sua morbosa ossessione per i braccialetti di plastica dai colori frizzanti è ben lungi dallo sparire.