branko





di Eleonora Minafra



“Adesso la butto. Si io adesso la lancio nel fuoco. Fuoco maledetto. Io maledetto. È il solito cliché”

Branko, povero cane, povero uomo, povero diavolo, non era così male, né peggio di me né meglio di te. Se ne stava lì, seduto, si sedeva sempre così quando era ubriaco, occhi chiusi con la nuca appoggiata a quella vecchia sdraio marcita, un tempo di colore verde ora di un marroncino. Impercettibile. La sua strana sciarpetta legata stretta stretta al collo, come in un abbraccio di chi non ti vede da anni e ti ha voluto bene. Guance magre e rosse, barba folta e incolta, i capelli lucidi a cui prestava particolare attenzione, li gellava con cura ogni giorno, prima dello spettacolo, con calma, attenzione, non diresti mai che ha bevuto tutta la sua fiaschetta, la sua maledetta fiaschetta.

La camicetta bianca non si sa come, era sempre impeccabile, mai sporca, linda, gli mancava un bottone, proprio in mezzo, ho provato a chiedergli se voleva una mano per ricucirlo, ma mi ha guardato, sempre con gli occhi chiusi, stanchi, tristi si é messo a ridere esclamando “sei proprio finocchio Lukas”, e poi si perdeva ancora con lo sguardo, girando tra le mani bruciate la fiaschetta, la destra sembrava una chela, le dita ormai ustionate si erano incollate l’una all’altra. Io sapevo che mi voleva bene, anche se portava la mia foto nel portafoglio e rideva a squarciagola ogni volta che mi vedeva con il vestito dello spettacolo, lo facevo apposta a tirar su la gonna, vederlo ridere non era male.

Succedeva di rado ma non era male.



il grande truffatore





di Tommaso Lago



Di lui non si seppe più niente, sparì da un giorno all’altro, il “grande truffatore”, come veniva ironicamente chiamato al bar. Quasi dispiacque, ai vecchi del bar, si erano affezionati a quella figura solitaria che occupava sempre un posto sul fondo del bancone. Ogni tanto, dopo che il terzo bicchierino bussava alla testa dei vecchi clienti, iniziavano un coro di sbeffeggi, amichevole si intende, sui suoi colpi, le sue truffe, e tutto finiva in fragorose risate. Quello che si sapeva di lui erano semplici voci, spesso contrastanti, raccolte da anni di clienti e frequentatori del bar, abituali e non.

Si narrava che fosse un venditore eccezionale, dalla fluida parlantina e dagli occhi penetranti, ma al bar nessuno gli aveva mai sentito proferire parola e si esprimeva solo con la goffa mimica di un gibbone.

Viaggiava molto, tra paesi dell’est, la Turchia e il sud America, sparendo spesso per periodi prolungati di tempo, tornando poi con qualche fattura o documento contraffatto del paese visitato.

Quello che lo conosceva meglio, se così si può dire, era il barista.

Il Grande Truffatore si presentava sempre all’ora di apertura, entrava, accennava un saluto, si sedeva e seminava nel suo angolo di bancone una miriade di biglietti da visita e documenti.

Era la prassi, nessuno faceva più caso a lui, poi con un ragionamento tutto suo, sceglieva un obbiettivo, si sistemava la giacca, inseriva un sigaro nel taschino, si faceva riempire la fiaschetta ed usciva.

Vani erano i tentativi quotidiani del barista di iniziare un dialogo con esso, lui parlava e parlava ma non riceveva mai risposte dall’interlocutore.

Un giorno, appollaiatosi al bancone, lanciò fuori dal logo portafoglio il blocchetto di biglietti da visita e, distrattamente, ne uscì la foto di una giovane bambina.

Ovviamente non rispose mai alle domande del barista.

Faceva uno smodato uso di liquirizie, ne consumava in maniera compulsiva. Ovviamente tutto ciò veniva attribuito al fatto che avesse smesso di fumare, ma erano le solite, infondate voci.

Quando non mangiava liquirizie e non beveva, si trangugiava fialette di fermenti lattici. Non era di certo una vita salutare la sua, ma a parte i segni del tempo sul viso, non si poteva dire che non fosse in forma.

L’unica cosa che non gli era concesso fare al bar era la falsificazione. Il barista non voleva guai giuridici, quindi gli impedì di svolgere quelle pratiche ma, i più nostalgici, ti racconteranno ancora di come si sistemava sotto una luce al neon del bar e, con la sua lente d’ingrandimento si metteva a ricopiare ogni dettaglio, ogni particolare con la maestria di un monaco amanuense.

La vita del Grande Truffatore si è svolta tra le mura di un ordinario bar, ormai ne faceva parte, come quando entri in un luogo familiare e ti accorgi subito se qualcosa è stato spostato o manca.

Così si sentivano i vecchi abituè del bar, privati di un pezzo importante del loro luogo di ritrovo.

Nessuno sa la vera fine che fece il Grande Truffatore. I più sentimentali vociferano che sia tornato in patria o si sia ricongiunto con la presunta figlia, i pessimisti che sia morto o sia stato arrestato, in ogni caso, il suo posto in fondo al bancone è là che lo aspetta, che aspetta il ritorno del suo possessore.

Forse, pensandoci, effettivamente l’unico che lo conosceva realmente era il suo sgabello, il suo angolo di bancone, il piccolo mondo che si era creato.



Harry clark





di Elena Franceschini



“Hey John”

Stavo montando la nuova pellicola sulla cinepresa quando Lukas, il direttore casting, mi corse incontro, passando per il set che avevano appena finito di preparare.

Era visibilmente sudato. “Muoviti, é arrivato in anticipo oggi!”

Non succedeva mai. In genere era sempre in ritardo, anzi si faceva desiderare, come diceva lui.

Harry Clarke era una di quelle persone che amava stare al centro dell’attenzione, farsi riconoscere.

Tutti lo consideravano un artista, per me era solo un attore che faceva il suo lavoro. E lo faceva pure male, senza passione, con il solo scopo di potersi pavoneggiare davanti a tutti. Lo potevi distinguere tra la folla, intento a firmare autografi con il suo fare altezzoso.

Di fatto era impossibile non riconoscerlo: essendo piú alto della media si poteva vedere svettare da chilometri di distanza il suo solito cappello da cowboy. Si, perché era suo solito vestirsi con abiti stile vecchio west, con camicie a quadri e giubbotti dalle lunghe frange color tabacco. Era come se stesse continuando a recitare una parte anche fuori dal set. Aveva sempre una Chesterfield in bocca. Quasi fosse il suo segno di riconoscimento. Insomma lui si nutriva delle lusinghe dei suoi fan che lo consideravano al pari di una divinità in terra.


Non capisco come le persone non notino il suo fare altezzoso. A mio parere erano tutti accecati. Ma da cosa? Non era neppure bello, con il suo viso scarno e spigoloso e i capelli lunghi e biondi raccolti dietro alla nuca. Ed eccolo lí, che arriva sul set col sua passo fiero a testa alta.

Il suo arrivo si poteva prevedere dal suono dei tacchi dei suoi stivali sul pavimento in legno.

Aveva in mano non so quale cianfrusaglia. Era infatti sua abitudine rubare dal set qualsiasi tipo di piccolo oggetto che gli ricordava il film in cui aveva partecipato: possedeva una piccola scatola in cui teneva foto, libretti, monete, fiaschette e quant’altro. Si teneva di tutto e prendeva queste cose senza chiedere a nessuno. Come se li fosse dovuto tutto. Tuttavia le prendeva di nascosto, la sera, prima di uscire dalla sala riprese, quando rimanevamo solo io e lui.

Lo conoscevo fin troppo bene, Harry. Andavamo a scuola di recitazione insieme. Non mi sono mai dimenticato di lui, di quel ragazzetto che durante sceneggiatura si addormentava sull’ultimo banco dell’aula. E mentre lui giá da quell’etá era accerchiato di ragazze, io mi dedicavo giorno e notte a quella scuola per poter realizzare il mio sogno. È molto strano il destino, spesso avverso. Io sono solo un tecnico cinematografico mentre lui..

Beh lui é la star.



remus





di Giorgia di Lernia




Li hai fregati proprio tutti, eh, Samir? O forse dovrei chiamarti Remus,tanto siamo stati complici per anni. Forse una fine tanto banale l’hai meritata e quando al tg ho sentito di quella camera d’albergo andata a fuoco casualmente, ero sicuro che si trattasse della tua. Ormai ci vivevi, negli alberghi. Nessuno poteva più fidarsi di te, non dopo averti scoperto. Ma nonostante tutto, non ti hanno mai preso e li hai proprio fregati tutti. Ricordo nitidamente quel giorno afoso a Madrid, quando ci siamo finti proprietari di “La Parra”. Quel ristorante ci ha fruttato un bel po', eh? E quando siamo tornati a casa con tutti quei quattrini tua moglie era proprio felice. “Compreremo una nuova casa” hai detto con quella tua dannata voce bassa e roca. E lei era felice. Tu invece sperperavi tutto in sigari (e liquirizia per coprirne l’odore). Poi però siamo stati scoperti. O meglio, solo tu. Allora la tua vita è andata in rovina, hai preso il vizio dell’alcool, abbandonato gli occhiali finti ed i vestiti che utilizzavi per le occasioni speciali, ormai tutti macchiati. Hai mostrato la tua vera personalità: quella di un viscido uomo senza ambizioni. In fondo la mente del duo non eri tu. Poi ti hanno lasciato tutti, eh, Samir? O Remus. Anche io. E non me ne pento. La tua vita da lì in poi è stata un vero schifo. Tu sei diventato un vero schifo, ormai vecchio, alcolizzato, pieno di rughe. Avrai anche provato della droga. La tua camminata è diventata curva e traballante, un tempo era però sicura, altezzosa, adatta al personaggio che avevi creato. I tuoi leggeri problemi di salute si sono aggravati a causa dei tuoi vizi. Ed ogni volta che una delle tue (nostre) numerose truffe veniva a galla, ti toccava cambiare città. A volte Paese. Certo che siamo stati proprio ovunque, eh? Abbiamo girato il mondo. E comunque tua moglie ti tradiva. Forse lo sapevi già, ma ormai non importa davvero più nulla. Camminando per strada osservo i visi di quelle persone che abbiamo raggirato almeno una volta, anche solo per vendere carne di coniglio che in realtà era di qualche strano pennuto. Quei visi che in questo momento sono pieni di disprezzo. Un tempo sono stati fortemente sorpresi. “Ma come! Remus è una brava persona, sempre gentile e ben vestita, non ci posso proprio credere.” Già. Remus, non Samir.

Perché Samir ha sparato, rubato, raggirato. Si è finto un altro. Ma alla fine gli si è tutto ritorto contro.

Eri ubriaco e non hai spento bene il sigaro, eh? Proprio la fine che meritavi. Durante il tg hanno inquadrato la tua testa ormai pelata, i pochi capelli bianchi completamente bruciati, così come i vestiti perennemente sfatti. La pancia flaccida in vista, il corpo ustionato. Forse non ti conoscevo bene neanche io. Nessuno ti conosceva bene, ecco, direi così. Ci hai proprio fregati tutti. Che stronzo. Un po' sorrido.

Tra un po' toccherà a me, eh, Samir?



osvaldo





di Giulia Girardi



14 luglio 2016



Non ho mai dedicato nemmeno una riga di questo diario a quell’infame di mio padre, almeno fino ad ora.

Osvaldo. Così si chiama, o meglio si chiamava. Dico così perché oltre che morto è stato anche un grande stronzo, ed ho tagliato i rapporti con lui all’incirca attorno ai sedici anni, quando la mamma mi è stata portata via dal cancro. Non gliene è mai fregato niente di noi, non si è mai sforzato nemmeno di fingere di fare il padre e quando la mamma si è ammalata se n’è fregato ancora meno, sempre attaccato a quella fiaschetta della Talisker... che poi dove l’aveva trovata, io non l’ho ancora capito. Ricordo che, ogni tanto, dopo le nottate passate a bere fuori, rientrava sbronzo e con oggetti che Dio solo sa dove li aveva trovati (io sono abbastanza sicura che li rubasse). Li custodiva come cimeli, come se fossero appartenuti al suo bisnonno o a qualche lontano parente.

Non mi ha mai amato, per questo ci sono rimasta quando, guardando tra i suoi effetti personali, trovo il suo portafoglio. Mi faceva schifo solo a guardarlo, avrebbe fatto meglio a buttarlo via così com’era, prima di tirare le cuoia, così da evitarmi il disgusto. La cosa che mi ha sconvolto, oltre all’aver trovato un indirizzo che non conoscevo appiccicato alla pelle, è stato trovarci dentro anche una fotografia di me da bambina.

Come cavolo l’aveva avuta? Mi infastidiva, preferiva idolatrare una foto tessera di mille anni fa, piuttosto che prendersi veramente cura di me? Stronzo. E anche impostore: ho trovato tutti quegli oggetti non suoi, rimediati di qua e di là, conservati con una cura maniacale, che certamente non era da lui. L’impressione che ho avuto era quella che lui cercasse di vivere un passato non suo attraverso degli oggetti recuperati chissà dove. Lui non è mai andato a caccia, eppure tra le sue cose ho trovato delle cartucce di un fucile e dei richiami per uccelli, anche un’infinità di biglietti da visita di ristoranti provenienti da diverse parti del mondo. Osvaldo non aveva mai messo piede fuori dal nostro squallidissimo paesino di provincia.

No, sto sicuramente ricamando una storia troppo complessa, fondamentalmente lui era molto stupido. Probabilmente la solitudine l’aveva fatto impazzire; la signora del terzo piano, dopo avermi fatto delle goffe conodoglianze, mi ha confessato che quando passava di fronte all’appartamento di mio padre, lo sentiva spesso singhiozzare e parlare da solo. Si, era andato fuori di testa.

Sebbene io non avessi versato nemmeno una lacrima alla notizia della sua patetica morte in completo esilio, in quel momento ho provato pena per lui. Tra le poche emozioni che gli avevo riservato, la compassione non era mai emersa fino a quel momento. Eppure in quel brevissimo istante non sono riuscita ad odiare quel pietoso essere umano.



Riccarda





di Silvia Pillow Neretti



Donna, nata a Cuba, di media altezza. E’ stata cresciuta dal nonno che fuma, sigari e tabacco, dalla pipa. Si ricorda l’odore del tabacco e del sigaro da quando è bambina e ha deciso, più avanti, di fumare a sua volta, come passatempo, ma soprattutto per avere suo nonno sempre vicino. Suo nonno è macellaio e lei è cresciuta a stretto contatto con la carne macellata e il sangue. E’ un arte, il taglio della carne. Precisione chirurgica. Il momento che lei imparò ad apprezzare di più era il momento in cui quella carne se la cucinava, per lei e per suo nonno.

Per questo motivo, lei, coraggiosa, aveva deciso di intraprendere la via della cucina, nonostante fosse una professione strettamente maschile, allora. Come fare per convincere delle sue reali competenze? Oltre il taglio della carne, chirurgico, e la capacità di preparare le carni, decise di cacciare le sue prede da sé. Tra le sue ricette e preparazioni di varie carni, la sua preferita era quella dei volatili. Per il suo diciannovesimo compleanno suo nonno le regalò un richiamo per gli uccelli, il primo. Lei cacciava anatre, piccioni, oche. Con grande precisione riponeva le prede uccise nella sacca e mentre pensava al piatto da cucinare, fumava il suo sigaro, nella natura.

Ha cucinato come aiuto chef per alcuni anni, nel ristorante nel centro della sua cittadina, cosa che le permise di migliorare le sue tecniche, ma era ambiziosa e voleva imparare altre cucine e sapori, motivo per cui, decise di trasferirsi in Europa. Voleva essere lo chef del suo ristorante.

Preparati i bagagli e prenotato il biglietto, a pochi giorni dalla sua partenza, suo nonno muore, lasciandole in eredità il suo portafoglio in pelle animale e la sua pipa da tabacco.

Arrivata a Londra, trova facilmente lavoro in un ristorante. Propone le sue carni e le lavorazioni particolari e non tarda a ricevere l’apprezzamento dovuto. Di fronte al ristorante in cui lavora si trova un altro ristorante, più rinomato e frequentato da critici, tra cui uno in particolare. Lei si incuriosisce, studia i movimenti e gli orari del critico, vuole conoscerlo, si sente attratta, entra nel ristorante per assaggiare un piatto veloce, per guardare il critico, in incognito, all’opera. Si notano, si avvicinano, si conoscono e si innamorano.

Lui le insegna come si traduce a parole un piatto solo assaggiandolo, lei gli insegna come si spara. Lui beve whiskey da una fiaschetta, alla fine di ogni pasto, lei, spiritosa, lo imita, ma nella sua fiaschetta ci mette acqua e limone.

Lei cucina, legge, migliora, scrive, caccia nella campagna inglese. Diventa adulta.

Quando le cose diventano semplici, lei deve complicarle.

Decide di partire di nuovo, per l’Italia. Non è il paese che tutti nominano in fatto di gastronomia?

Il suo critico, per dirle addio e per gioco, si fa fotografare vestito da donna, e le regala questa foto, in segno di rispetto, di profonda stima: “Sei coraggiosa, è un lavoro da uomini, buona fortuna”.

Per qualche tempo rimane a Milano, per qualche tempo si annoia a Milano. Cucina in un ristorante che ha più clienti chiassosi che rispettosi. Non si sente nel posto giusto, sbaglia un piatto. Il bimbo della coppia seduta al tavolo rotondo all’angolo della sala, col piatto sbagliato davanti alla faccia, si dispiace, piange. Poi capisce. Lei esce dalla cucina per scusarsi, il bambino le dice “anche la natura sbaglia. Io ho questa conchiglia in cui si dovrebbe sentire il rumore del mare,ma in realtà io sento solo il rumore del vento gelido del nord”. Il bambino le appoggia la conchiglia all’orecchio e, senza

troppe aspettative, lei si stupisce! E’ così, dall’Italia del nord, si trasferisce al sud, mare e pesce. Vuole cucinare il pesce.

A una settimana dalla conchiglia rivelatrice, si trasferisce in Sicilia, si imbarca con i pescatori, nel Mediterraneo. Per imparare a cucinare il pesce, si dice di dover imparare a pescare i pesci, a capire i pesci, osservare loro e il rapporto tra loro e i pescatori del luogo. Con se, oltre ai suoi sigari, ha una piccolissima lente di ingrandimento, che usa per guardare i particolari, le squame e quel groviglio viscido di carne e organi. Impara a pescare e cucina per i pescatori. Come segno di rispetto, riceve in regalo dalla ciurma, il suo personale set di ami, lenze e galleggianti, un set scarno il tutto poi, riposto dentro una scatola di caramelle alla liquirizia. Il puzzo di liquirizia,sigarette, pesce e sudore che pervadeva per tutta quella barca.I piatti a base di pesce e liquirizia che cominciò a preparare, invece, erano squisiti e le permisero di fare esperienza dell’Italia intera e altri paesi del Mediterraneo, presentando il suo piatto in diversi ristoranti. Una donna, chef che fa conoscere ricette sconosciute, per il Mediterraneo. Che assurdità. Invecchia, è stanca, smette di cucinare, continua il tour dei ristoranti, riprendendo in mano il lavoro come critica, fuma sigari e mastica liquirizia, legge le recensioni del suo amato, attraverso un paio di occhiali arancioni, sempre sporchi di forfora. Non ha figli e non si sposa. Parte per la Turchia, portando con se le sue ricette, alla ricerca di una meta, e la trova.

Al mercato conosce ingredienti a lei prima sconosciuti. In un banco del mercato, le viene proposta una scommessa: “Sei stata capace di cambiare le cucine in cui sei stata, ti hanno accettata nonostante donna, perché non provi a cambiare anche la percezione dei piatti? Perché non provi a mescolare ingredienti più culturalmente lontani tra loro? Fai conoscere la Turchia”.

E Nina accetta, perché no? Certamente non cucinando, ma scrivendo recensioni. Ma questa volta, decide di scrivere recensioni di piatti che non esistono, in ristoranti esistenti, per creare confusione.

Non può e non vuole più cucinare, ma può scrivere, inventando piatti che le persone andranno a chiedere a quei ristoranti che saranno, in qualche modo, costretti, a realizzare.



MICHELE PASINI





di Pia Lusser



Michele Pasini war ein Lebemann gewesen, das stand außer Frage. Seiner ersten Reise nach Kroatien, damals ’62 mit seiner deutschen Tante Hildegard, sollten später noch viele Reisen in die verschiedensten Länder folgen. Auch wenn die Tante streng war und mit ihrem harten Deutsch-Italienisch wieder mal ihn oder den kleinen Cousin schimpfte, blieb der Urlaub seine liebste Kindheitserinnerung. In der Schule war er gut gewesen, besonders in Sprachen, was ihm später einen Job als Übersetzer bescherte. Als Sohn eines Italieners und einer Deutschen war er zweisprachig aufgewachsen und auch Englisch lernte er schnell. Er kaufte sich Zeitungen in englischer Sprache um diese besser zu lernen, als er es bei seiner doch recht einfältigen Lehrerin in der Schule konnte. Wen ihn jemand fragte, was er denn mal werden wolle hatte er immer geantwortet: „Ein Flieger, damit ich die ganze Welt sehen kann!“

Nach der Matura fing er dann an, Europa zu bereisen. In Ungarn hatte er ein paar schöne Tage verbracht, in Frankreich noch schönere Nächte. In der Türkei rauchte er das erste Mal Pfeife. Er hatte das immer für spießig gehalten, aber dieses Ritual, sich die Pfeife erst sorgfältig und in aller Ruhe zu stopfen, und sie dann genüsslich zu paffen beruhigte ihn. Er begann, auch noch türkisch zu lernen, gab es aber bald wieder auf. Als nächstes verschlug es ihn der Liebe wegen in die Karibik und nach Lateinamerika. Er hatte eine Gleichgesinnte gefunden: Gianmarria. Auch sie war eine Reisende, die nie lange am gleichen Ort bleiben konnte. Allerdings war sie ein paar Jahre jünger als er, was ihn jedoch kaum störte, genauso wenig wie das Gerede der Leute. Im Gegenteil: Eigentlich belustigte es ihn eher, wenn die Leute redeten. Er legte dann lässig seinen Arm um Gianmarrias Schulter um ihre Lästereien noch weiter zu provozieren.

Doch genauso schnell, wie die Liebe kam, verging sie auch wieder. Gerade, als sie beschlossen hatten zu heiraten, starb Gianmarria bei einem tragischen Verkehrsunfall und Michele stürzte ins Unglück. Sein freches Grinsen wich einem betrübten, glasigen Blick. Er verfiel dem Alkohol. Wenig später wurde er krank. Von dem früher gut trainierten Mann war nur noch eine leere Hülle übrig. Frauen sah er nicht einmal mehr an, denn keine konnte je so schön sein wie es seine Gianmarria gewesen war. Er ging kaum noch aus dem Haus. Sollte das sein Ende sein?