flanco





di Luana Zedda



Flanco ha ventisette anni, ma a volte ne dimostra dodici. E’ sempre stata così e io che sono suo padre lo posso ben dire! Io e mia moglie l’abbiamo presa con noi quando aveva sei mesi; sua madre era una marocchina di sedici anni, morta nel darla alla luce. Ovviamente Flanco non è lo suo vero nome. Noi l’abbiamo chiamata Francesca, come lo santo patrono di Assisi, città nella quale sono nato. Me medesimo fui chiamato con tal appellativo. Ma la fanciulla, mai usò lo nome che le demmo con si tanta speranza. La nostra figlia maggiore, Maria, più grande di quattro anni, vi si riferiva come Flanco. E da lì, ecco lo nome. Io, che sono un uomo tutto d’un pezzo, ho sempre saputo che tal creatura mi avrebbe dato ansie e preoccupazioni. Non è mai stata brava in niente, solo a far danni, ma almeno non rompeva li coglioni tutto lo giorno con le sue bislacche idee da nuova giovine. Adesso vuol fare la rivoluzione! Eccerto! “Papà vado in Africa a fare del volontariato per i bambini meno fortunati”, “Papà, a Pasqua potremmo non mangiare più l’agnello”, “Papà, ho dato via l’auto, inquinava!”. Un pover’uomo di sessant’anni come me medesimo, non può accollarsi si tante preoccupazioni per una sol figliola. Quando ancora ci stava mia madre Rosa buon’ anima se ne stava più buona. Ah, Madonnina Immacolata! Io, poi, che insegno lettere classiche e storia antica all’università, bramavo che le mie creature seguissero lo mio stesso percorso. Maria insegna pure, è un’inferiore maestra elementare. Insegna matematica.

Flanco vive in un monolocale vecchio e puzzolente che prima era abitato da qualche d’uno morto in casa. Un certo Adelmo. Mah! Come genitore, debbo per forza preoccuparmi per la mala condotta della mia figliola. Almeno si facesse suora! Passa le giornate sue a creare candele, saponi e altre schifezze new age.

Mia moglie, che ora non ci sta più tanto con la testa, non vede lo motivo di cotanta afflizione. Quella si porta pure le candele in casa! Questa famiglia andrebbe proprio in malora senza lo sostegno e la guida di un solido patriarca quale sono. Che poi, a ventisette anni, ancora non vuole smetterla con le sue rivendicazioni adolescenziali. L’ho colta io stesso in flagrante, a tagliare i copertoni dell’auto del professore di fisica in quarta superiore. Siccome sono un uomo tutto d’un pezz, contrario all’infimo uso della violenza, ho trattenuto l’animalesco istinto del colpirla con lo mio pugno e mi sono moderatamente imbestialito.

Ah, ma cosa debbo fare con questa mia figliola! Se fossi un uomo meno acculturato, direi che è lo sangue suo e le sue origini a renderla così incivile e stramba. Flanco è questo e altro. Ogni giorno cambia un poco.

Come padre, spero con tutto lo core mio che si decida a crescere e ascoltare più li consigli miei che quelli di mia moglie, che al mondo neanche lei ci sa stare tanto. Flanco, con i suoi vestiti a fiori, i capelli crespi e le lentiggini, rimane un mistero per me. Come persona, invidio un pò Flanco.

Ma per i suoi pregi, che tanti ce ne sono quanti di difetti, non posso fare altro se non prendermi lo merito di ciò, visto che sono suo padre.



USFART





di Margherita Freyrie



Se per caso una mattina lo incontrasse per strada, sua madre non lo riconoscerebbe, sono pronta a scommettere. E se sono così sicura, credetemi, non è per la sua trasformazione (che ha dell’incredibile), ma perché lui per strada non ci cammina da una vita. Se dovessi tracciare una linea di confine, sarebbe sicuramente il giorno in cui Adele gli lasciò le istruzioni per andarla a trovare in Scozia, scritte un pò confuse su un biglietto.


Una lunga barba nascondeva mento e labbra ed era tanto crespa che se tentavi di passarci un dito, questo rimaneva intricato come un moscerino sulla tela di una tarantola. I suoi occhi, che una volta erano piccoli ma vispi, ora erano vitrei e senz’anima. Si muoveva come uno che ha le gambe addormentate che formicolano per risvegliarsi. La sua camminata era proprio così: rantolante e sincopata. I suoi movimenti erano talmente lenti e fragili, come se cercasse di non svegliare qualcuno accanto a lui. Il che è assurdo, perché lui era solo, sempre. Una volta non era così, amava stare in compagnia. O forse anche prima era un tipo solitario. In realtà non si ricordava. Conosceva più cose del ragazzo sorridente con in mano una coca cola sul cartellone tra le scale e il cestino dei rifiuti, di quante ne ricordasse della sua vita precedente.

Era avvolto da un’aura di desolazione, e dove passava lasciava dietro di sé una scia che suscitava, in chi ci finiva dentro, un senso di sconforto e disillusione.

E se per caso un giorno vi coglie improvviso un amaro senso di tristezza senza motivo, non state troppo a pensarci, potreste semplicemente aver incontrato il suo cammino.

Aveva inseguito così a lungo la scritta AUSFAHRT che da Osvaldo era diventato Usfart.



Alice





di Davide Enea



Alice non è italiana, viene dall’est, non ho capito bene dove, ma sembra del tutto italiana. Sua madre è italiana.L’ho conosciuta in seconda liceo, è stata bocciata e quindi ce la siamo ritrovata noi. Non sembro entusiasta? Beh...non lo sono. A prima vista sembra una ragazza davvero in gamba e tutta casa-chiesa tranne per i capelli bicolore viola-verde ma mai giudicare dalle apparenze, giusto? Sbagliato!

Appena vedete un piercing di troppo scappate a gambe levate!

Ho provato a farci amicizia, giuro, e ci sono anche riuscita i primi tempi.

Aveva la passione del disegno; non esisteva pagina di libro o quaderno che non avesse almeno, e dico almeno, un gattino o una balena disegnata agli angoli, in mezzo o ovunque ci sia spazio, e se non ce ne aveva nessuno se lo creava. Fumava, e tanto, e non solo sigarette, lei diceva che era per lo stress e io facevo finta di niente.

Sono andata a casa sua un giorno, bella. Bella davvero. Ha tante ma tante foto dei suoi genitori e nonni.

Mi ha sorpreso una foto in particolare di suo nonno; era ritratto in una miniera con in mano un blocco di quello che sembrerebbe oro ma essendo in bianco e nero, dalla foto non posso esserne sicura.

Forse è grazie al nonno che hanno fatto i soldi.

In camera sua aveva un cartello stradale, un copertone, uno specchietto rotto, e chissà cos’altro. Di notte era un’altra persona, una teppista si potrebbe dire, distruggeva proprietà pubbliche, ha dato fuoco ad un negozio, ho scoperto poi che era il negozio dei genitori dell’ex ragazzo.

Dopo quel giorno non sono più uscita con lei, se no sarei finita come lei.

Però signor giudice, le posso assicurare che non ha mai fatto del male a nessuno, men che meno ad una bambina. Fa murales in ogni dove ma è la sua arte. Picchiare bambine non è da lei.

Questa è la mia testimonianza.



Nina





di Amos Vespero



Nina è una giovane donna di ventisei anni, ha studiato arte e ora sta facendo una specializzazione, i suoi studi l’hanno portata a lavorare a contatto con i bambini, un lavoro che le piace molto ma che non vede a lunghisismo termine. Da bambina finite le elementari la sua maestrà le regalò un santino, il giorno dopo la sua famiglia fece un brutto incidente in auto dove rimasero quasi tutti illesi, ciò ha portato Nina a credere a qualcosa di superiore. Non è cristiana ma sente di essere osservata. Le piace avere a che fare con i bambini ed è molto legata ad alcuni ricordi della sua infanzia, di cui ha conservato diversi oggetti. È una ragazza molto bella ma particolare, è alta e longilinea nonostante i fianchi siano accentuati, ha dei tratti ispanici con una carnagione leggermente ambrata. Nonostante il contatto col mondo dei bambini non è una persona infantile, ha un carattere tranquillo e pensatore, spesso accompagna studio o ricerca artistica con qualche canna. Nonostante la sua bellezza è una persona alla mano e disponibile a cui piace nei momenti personali vestirsi in modo sportivo. Porta molti orecchini ed anelli che decorano la faccia, la passione per i gioielli le è nata dopo il viaggio in Tailandia che ha fatto da adolescente. Non rimugina troppo sui suoi problemi, cerca anzi di esprimerli su un foglio senza pensarci troppo per trarre conclusioni sul suo stato d’animo a disegno finito.


“Ultimamente non so se ha molto senso tenere ancora un diario, il tempo è poco per “fortuna”, ultimamente ho un sacco da fare e il lavoro va alla grande, anche se ogni tanto questi bambini sono incontenibili... vabbè sto divagando, forse è il momento di metterti da parte, è strano di solito non rimugino così tanto figuriamoci per uno stupido diario... oggi è l’anniversario dell’incidente, pensa magari senza non avrei mai avuto un diario, mi ricordo che lo aveva consigliato lo psicologo della scuola per elaborare l’incidente, che poi era una cazzata, io ero tranquillissima anzi ti usavo solo per fare i miei scarabocchi... e ora sono qui che penso di abbandonarti. Che ingrata eh?

Merda son già le cinque?! Vedi che mi fai perdere tempo? Forse è arrivato il momento di lasciarci ma ora devo lavorare, ci penserò in sti giorni. Dai vabbè ti lascio perdere per oggi, ciao.



DEsirèè





di Stephanie Ternardi



Desirèè è una di quelle persone che sembrano sempre molto giovani, anche se ormai ha ventinove anni. E’ una di quelle persone che ha sempre tentato di sembrare adulta, sia nel modo di vestire, sia nel comportamento. Fallendo sempre. Questa è una delle principali cause della sua insicurezza. Ma lei non ha paura di mostrarsi agli altri per quello che è, ha paura di non sembrare abbastanza. Ha imparato a nascondere questo suo lato sotto uno spesso strato di sorrisi caldi. Questo, oltre al suo grazioso aspetto di chi ha la madre sudamericana, l’ha resa molto apprezzata. Ma lei rimane una di quelle insopportabili belle ragazze convinte di non esserlo. Ci ha creduto davvero solo da bambina, quando i nonni la elogiavano. Ah, le estati al mare dai nonni. Momenti davvero felici che le lasciano un sapore amaro ora che entrambi se ne sono andati. Non può fare altro che conservare ciò che lega le sue memorie a loro. E non possono che tornarle in mente tutti i litigi con il fratello: per chi poteva giocare con le biglie, o ascoltare la musica con il fantastico walkman, o per tante altre cose spesso stupide. Le manca, ora che abitano in due città diverse, ma non glielo confesserebbe mai. Anche se dopo l’incidente i due si sono avvicinati moltissimo. Stava guidando lei, quattro mesi e mezzo di patente alle tre di mattino. Stavano tornando dal compleanno di un amico in comune, lei, il fratello Lorenzo e la sua ragazza, un’amica un po' brilla. Un tizio con un macchinone non li aveva visti, come non si sa, e li aveva tamponati mandandoli in un fosso. Nessuno si era fatto davvero male, solo un paio di costole rotte e collarino per un po'. Desirèe tenne uno specchietto per ricordarsi sia della fortuna che avevano avuto, sia che bisogna sempre stare attenti agli altri. L’estate dopo la maturità partì per la Grecia per lavorare in un villaggio turistico, esperienza che le fece capire che ciò che voleva è il contatto con il pubblico. Dopo una laurea in lingue, voluta principalmente dai genitori, ha iniziato a lavorare sia come guida nel museo egizio di Torino, sia come traduttrice. Spesso va a trovare la sua migliore amica a Budapest. Ama la città ed ancora di più esplorarla con Sara.

Conserva ancora i ricordi del suo primo viaggio per raggiungerla. A sedici anni, proprio con lei, ha iniziato a rubacchiare orecchini dai negozi, a volte qualche smalto, altre volte caramelle e cioccolatini. Aveva iniziato perché non aveva soldi e voleva quelle cose come le altre ragazze. Ora lo fa perché è diventato naturale. Pensandoci, lo faceva già da bambina con le cose del fratello o dei nonni. Le piace la sensazione di averla fatta franca. Si è accorta di essere caduta davvero in basso quando, durante l’università, rubava i biscotti dalle confezioni delle coinquiline. Nessuna se ne è mai accorta, ma lei stessa si rese conto di quanto fosse andata oltre. Non smise mai, comunque.



Enea





di Clara Sestini



Roma, 11 marzo 2016



Roberta,

devi sapere quello che è successo qua a Roma.

Enea, due giorni fa, mi ha chiamato in lacrime: lui e Valerio si sono lasciati, per l’ennesima volta. Dopo un’ora di telefonata, mi ha chiesto se potevo andare io a prendere le sue cose a casa di Valerio, in via Fondazza. Diceva di essere terrorizzato dall’idea di rivederlo, mi ha supplicato: io ho accettato e ieri sera sono andato. La porta era aperta, ma Valerio non era in casa. Entrando in quell’appartamento, sono stato sommerso dai ricordi.

Ricordi quella volta in cui io e te litigammo fino all’alba, dopo la festa di laurea di Enea? Dopo ore e ore di inutili discussioni, ci eravamo addormentati esausti in cucina, seduti al tavolo, e al mattino Enea ci ritrovò lì. Ci svegliò buttandoci dell’acqua addosso, e tu in risposta gli lanciasti una pila di piatti di plastica, che rimanendo tutta la notte sul fornello ancora caldo, si erano fusi insieme. Colpisti Enea con quel durissimo conglomerato di piatti e scatenasti un mostro.

Lui furioso ti insultava, tu provavi a scusarti e io a un certo punto vi dissi che quei piatti sembravano proprio un’ opera di Alberto Burri: i piatti arrivarono in testa a me e la discussione finì lì.

Quello fu lo stesso giorno in cui Valerio tornò in macchina, dalle prove in teatro, completamente ubriaco. Infatti, parcheggiando l’auto sotto casa, strisciò la fiancata contro il muro e ridusse in frantumi lo specchietto retrovisore. Si presentò in casa con lo specchietto tutto crepato e disse: “questo è per vedere tutte le facce del mio nuovo personaggio!”. A volte facevo veramente fatica a capire come facesse Enea a stare insieme a Valerio. Ricordi quante volte il povero Enea ha cercato di far smettere di bere Valerio? Organizzammo il viaggio in Corsica proprio con l’intento di tenerlo sobrio almeno una settimana.

Fu una tortura quel viaggio. Finimmo nell’entroterra più selvaggio di quell’isola. Ci accampammo vicino a una pompa dell’acqua.

Nel raggio di venti chilometri, c’erano le nostre tende, la pompa

dell’acqua e nient’altro. Tu dovevi leggere una montagna di libri per la tesi, ma passavi tutto il giorno a scarabocchiare balene-cipolla con la tua bic argentata, edizione limitata, che poi scordasti là.

Io avevo portato con me la macchina fotografica analogica; dopo un giorno bruciai il rullino che era dentro, mi toccò buttarlo e usai il contenitore della pellicola per conservare sassi e conchiglie che trovavo qua e là, vagando annoiato. Valerio, invece, fumava tutto il giorno, seduto su un sasso, e di tanto in tanto sputava nella sua sputacchiera, quella scodellina di ottone che Enea gli aveva regalato perché finalmente la smettesse di sputare nei bicchieri di casa. Enea era l’unico felice di essere lì, in mezzo al nulla e al niente. Con un pennarello gigante rosso, ricopriva di scritte la tenda, sperimentando quello che aveva imparato a un breve corso di calligrafia appena finito. Nel frattempo ascoltava col walkman, che era andato a cercare per tutti i negozi dell’usato di Roma, una vecchia cassetta di canzoni per far addormentare i bambini.

Quella cassetta l’avevi ritrovata tu, tra le tue vecchie cose, dentro a un ridicolo astuccio rosa di quando eri bambina e quando avevi provato a liberartene, Enea non te lo aveva permesso. Ti fermò dicendo: “A volte non ci si può sbarazzare dei brutti ricordi. Bisogna conviverci”. Tu lo mandasti a quel paese e gli lanciasti dietro l’astuccio con la cassetta dentro.

Quando finalmente la vacanza finì e arrivammo al porto di Civitavecchia, Enea tirò fuori una di quelle mini-bottigliette di superalcolici che si comprano nei negozi di souvenir e la regalò a Valerio, come ricordo della vacanza. Valerio, come ricorderai bene, sputò, ma non nella sputacchiera.

Quel viaggio è stato l’ultimo che abbiamo fatto insieme. Poi ci furono solo le trasferte a Firenze, quando Valerio cominciò a lavorare al Teatro del Sale. In quel periodo, Enea era totalmente assorbito dal suo nuovo lavoro. Tra cumuli di carta pesta, colori, pupazzi si occupava di organizzare workshop di ogni tipo per bambini di ogni età. Portava a casa, come fossero trofei, le teste delle marionette realizzate dai suoi allievi e fiero ci parlava dei progressi di ognuno di loro. Tu, che eri costretta a fare ripetizioni di latino per pagarti l’ affitto in Via Rossa, non sopportavi quei discorsi. Io, che ero disoccupato, non sopportavo i discorsi di entrambi. Ero tornato a vivere coi miei, mia madre tutte le mattine m’infilava dentro la tasca del cappotto la preghierina da fare alla madonna perché mi aiutasse a trovare lavoro.

Quelle preghierine andavano presto perdute. Fu un periodo difficile, ma per fortuna una volta al mese Valerio ci invitava a Firenze a vedere il suo spettacolo “il GabinETTO”.

Ti ricordi che una volta ci fecero scendere dal treno che andava verso Firenze, perché beccarono Enea mentre staccava le targhette? Avevamo quasi trent’anni.

Roberta, in via Fondazza ho trovato una piccola scatola di legno. Dentro la scatola c’erano i piatti di Burri, lo specchietto in frantumi, la balena-cipolla, la penna bic argentata, il contenitore della pellicola pieno di sassi e conchiglie, la sputacchiera, il pennarello gigante rosso, il walkman, la cassetta per addormentare i bambini, l’astuccio ridicolo, la mini-bottiglia di Montenegro, la testa di una marionetta, una delle tue versioni di latino, una delle preghiere di mia madre, un pezzo della locandina dello spettacolo di Valerio, le targhette del treno e altri ricordi di noi.

Ho riportato a Enea le sue cose e gli ho chiesto perché aveva deciso di tenere quei ricordi. Mi ha risposto che aveva paura di dimenticarsi di aver avuto quasi trent’anni.

Ricordati che tutti si dimenticano.


A presto Roberta.


Tuo, Silvio



Samantha





di Chiara Menguzzo




Sono una donna. Sono una donna non perché ho molti oggetti rosa nella mia scatola dei ricordi, non perché la mia scrittura è leggibile, non perché disegno bene o ho un tratto femminile.

Sono una donna per ciò che ho deciso di ricordare, per come scatto da un pensiero all’altro senza ordine apparente.


La mia scatola dei ricordi, grande, ma poi nemmeno tanto, potrebbe dirvi di me che non sono ancora tanto vecchia, perché se lo fossi avrei un baule e non una scatola. Ma forse è solo un illusione, forse in realtà ho vissuto così tanto da capire che poche sono le cose che vale la pena ricordare e ancora meno quelle che per un motivo o per l’altro ti hanno cambiato la vita. Come lo specchietto rotto, voi potreste dire che fu quella volta che feci quel brutto incidente per il quale finii in sedia a rotelle. Invece no, niente di tutto questo, non merito la vostra pietà, né quella di nessun altro. La vita che ho me la sono scelta, dipende da me, da ciò che sono e da come sono.

Ciò che di brutto è successo, me lo sono andata a cercare.

Forse è destino, forse è la strada che i miei genitori avevano scelto per me chiamandomi Samantha, o forse è la mia flora batterica! Sì, ho letto di recente un libro che spiega come i batteri che abbiamo nell’intestino possono condizionare i nostri comportamenti, gli stati d’animo e perfino l’indole. Avevano fatto un esperimento, mettendo la flora batterica di alcuni topini coraggiosi in altri topini timidi e viceversa, e avevano scoperto … ma sto divagando.

Tutto per dire che potrebbero essere quindi i miei batteri che quel giorno mi fecero raccogliere quello specchietto in mezzo alla strada, facendomi pensare solo alla storia incredibile che avrei avuto da raccontare ai miei amici, ma senza spingermi a prestare soccorso a chi era rimasto schiacciato nella panda travolta dal camion.

Per paura.

Forse se avessi avuto i batteri di Chuck Norris avrei potuto salvarla quella persona. Ho tenuto lo specchietto, che non mi portò tra i miei amici la gloria sperata, come memento e accusa di ciò che non ho fatto e di ciò che non sono: una persona coraggiosa.

L’ho tenuto perché nonostante io conosca i miei limiti, spero sempre di poter migliorare.

Non sono depressa, da tempo ho accettato lo stato delle cose il bene nel mondo? Sì, esiste, ma non viene da me, bensì da persone migliori, con batteri migliori!

No, batteri a parte, so che non è normale disegnare persone con quattro gambe o cercare la risposta sulla vita fondendo un pacco di piatti di plastica in forno, rischiando di dare fuoco alla casa o intossicarne gli abitanti. Ma a me piace, non ci sono forse al mondo persone con più di due gambe? E l’arte non si esprime ormai in molteplici forme? Non è forse l’arte la forma ascetica che più ti avvicina a Dio?


Se credo in Dio? Ah! Domanda da un milione di dollari. Se ci fosse non avrebbe permesso a quel camion di investire la panda, ma se non ci fosse come si spiegano i miracoli? Anche la scienza china il capo davanti a ciò che non può spiegare.


Ma cambiando discorso, non voglio assillare nessuno con i miei strani pensieri, ma solo far capire chi e come sono e sopratutto perché, al di là dei motivi legalmente riconosciuti, sono in prigione a scontare una pena di 5 anni.

Omissione di soccorso, taccheggio, ho fatto tutto questo e altro ancora, ma è stata colpa mia ed è giusto che io sia qui adesso. Mia nonna diceva sempre, se fai una cosa, falla bene. E così ho fatto.

Ma è tra queste mura che parte la mia redenzione, la mia storia la riscrivo io, qui e ora.



Asia





di Ernesto Bellei



Asia era stata una di quelle ragazzine ribelli sempre in prima fila per i diritti dei profughi, degli studenti e degli animali. Aveva fondato un centro sociale in cui ogni settimana organizzava una manifestazione a sostegno della legalizzazione dell’erba occupando uno spazio confiscato da Equitalia. Aveva una bandiera di Che Guevara appesa in camera e un cappellino dell’armata sovietica sul mobiletto del letto. Vegana, non per salutismo, ma per principio e hipster per moda si era trovata ora a sbattere il naso contro la vita reale. Quella in cui le ingiustizie non erano solo nei video di youtube e nei commenti su Facebook, quella in cui se scrivi su un muro e ti prende la polizia la faccenda non finisce con una tirata d’orecchie da parte dei genitori ma con un processo davanti ad un giudice. Guardando la vecchia scatola dei ricordi della sua adolescenza Asia si rese conto che, ad ormai 1 anno dalla laurea e ancora disoccupata, quella non poteva più essere la sua vita. Riguardando quegli oggetti sentiva di essere quasi infastidita dalla diciannovenne che 6 anni prima aveva abbattuto un palo della luce guidando ubriaca o che durante i moti studenteschi del liceo aveva scritto un’inno alla rivolta proletaria sulla facciata del comune. L’arte l’aveva abbandonata qualche anno prima: ormai non aveva nemmeno più il tempo per disegnare scarabocchi a bordo degli appunti, figuriamoci mettersi a fare sculture di cartapesta o passare giornate intere in giro per le città a scattare foto.Non era per pigrizia, sia chiaro, Asia non era mai stata una persona pigra, al contrario, si era sempre lanciata con entusiasmo (a volte forse anche troppo) in ogni avventura. Come quella volta in cui decise di andare a Budapest per una sola nottata a trovare un’amica che non vedeva da tanto.Ora però aveva un affitto da pagare, e una vita da costruire. Questo le dava tanta ansia da cambiare la sua personalità, ogni piccola irregolarità le dava sui nervi: dalla gente che non rispettava le file ai ragazzini che sfilavano in corteo obbligandola a fare il giro lungo con la macchina. Era questo bisogno di maniacale e rassicurante ordine che le aveva rimesso tra le mani la vecchia scatola dei ricordi, e come tutto il resto anche questa andava sistemata. Diede un’ultima sprezzante occhiata alla sé stessa che stava per seppellire, aprì la pattumiera e ripristinò l’ordine.



Aristide





di Luca Mantenuto



Aristide amava passeggiare d’autunno per godere dello scricchiolio delle foglie secche e d’inverno perché lo stesso scricchiolio si ripeteva più morbido, quando lasciava le impronte dei suoi scarponi sulla neve. In primavera e in estate, sebbene fossero quelle le migliori stagioni per farsi una passeggiata, preferiva invece fare lunghi viaggi verso l’ignoto sulla sua Vespa bianca.

Ora viveva nella periferia di Amburgo in un angusto e umido scantinato, nel quale poteva permettersi di vivere solo facendo gli straordinari nel ristorante cinese a pochi passi da lì. Lui che odiava la cucina cinese, lui che odiava mangiare animali morti, anzi uccisi, e amava mangiare vegetali ancora vivi. Non che fosse un vegano o un crudista convinto, sia ben chiaro, ma gli piaceva molto lo scricchiolio degli ortaggi e della frutta fresca fra i suoi denti. E la carota batteva di gran lunga gli altri piacevoli rumori simili.

Nonostante Aristide fosse un nome da anziano (e già per questo non gli piaceva, non perché fosse il nome del nonno paterno che gli aveva svelato tante curiosità, capiamoci, piuttosto considerava il fatto di tramandare i nomi tra familiari un’ inconcepibile banalità), era rimasto bambino, non nel ragionare o nel comportarsi, ma nei piccoli gesti, quelli di ogni giorno. Aristide era un bassista molto promettente che stentava a decollare, come un grande aereo con le ali ancora troppo piccole. E lui questo lo sapeva bene, per questo stava lavorando nel ristorante e studiando nel conservatorio locale: per costruirsi le sue lunghe e robuste ali, per volare sicuro e lontano ogniqualvolta avesse voluto. Era giocoso, creativo ma perlopiù preoccupato: non era facile avere un impiego e una borsa di studio da mantenere con i massimi voti. Non che per lui fosse difficile, anzi, dall’esterno sembrava avere un’impareggiabile padronanza della sua vita. Sembrava il direttore d’orchestra della sua esistenza. Ma dentro ardeva di una passione inestricabile, piangeva una corrispondenza mancata. Il suo animo languiva e da solo non poteva curarlo.

Amava il nero, non come colore, come concetto. Tutto ciò che era nero aveva su di lui un potere catartico: osservare qualcosa di nero era per lui come perdersi nei dettagli di un quadro variopinto. Contemplare un dettaglio nero era come riposarsi un attimo su un petalo di girasole di una vasta, calda, coperta floreale intessuta da Van Gogh. Gli mancava la sua famiglia, la sua Bologna, la sua Vespa, ma era troppo orgoglioso per ammetterlo a se stesso. “Non mollare mai – si diceva – un giorno tornerai a casa sereno, saggio, da vincitore della tua vita.” Poi il puzzo degli scarti di sushi lo ridestava e tornava a tagliare quei lunghi rotoli di alga nera ripieni di pesce e verdure, ripieni di odio e amore, con chirurgica, poetica precisione.